PESCARA – Parlare di numeri, bilanci e sostenibilità economica all’interno di un centro di solidarietà può sembrare, a prima vista, un esercizio antipatico, quasi stridente con la missione dell’accoglienza. Eppure, è proprio da questa apparente contraddizione che nasce la sfida più grande per il terzo settore oggi: imparare a far quadrare i conti per continuare a proteggere gli ultimi.
Di questo si è discusso intensamente durante l’ultima lezione formativa tenutasi presso il CEIS (Centro Italiano di Solidarietà) di Pescara. L’incontro ha visto la partecipazione attiva di 17 operatori delle diverse professioni impegnate quotidianamente nelle Comunità Terapeutiche del centro: psicologi, educatori, assistenti sociali e coordinatori si sono messi attorno a un tavolo per affrontare un tema cruciale: il concetto di sostenibilità economica dei servizi sociali.
Non si vive di sole “compensazioni”
Il cuore della lezione ha scardinato un’abitudine gestionale diffusa nel mondo del non-profit: l’idea che le perdite di un servizio “fragile” possano essere costantemente ripianate e finanziate con i profitti o i surplus generati da un altro servizio.
Il principio chiave: Il controllo della sostenibilità non è un freddo esercizio burocratico, ma un atto di responsabilità. Continuare a compensare ciecamente le perdite rischia, sul lungo periodo, di trascinare a fondo l’intera struttura, mettendo a repentaglio l’operatività complessiva.
Consapevolezza non significa “tagli”, ma innovazione
Il messaggio emerso dall’aula del Ceis è stato netto e privo di fraintendimenti: analizzare i costi non significa preparare la chiusura di un servizio. Nessuno vuole lasciare “sulla strada” gli utenti più poveri o vulnerabili. Al contrario, dimostrare che un servizio è in perdita deve essere il punto di partenza per una presa di coscienza collettiva.
La consapevolezza del deficit deve attivare una reazione strategica che si declina in due direzioni:
- Rinnovamento e Innovazione: Ripensare i modelli di intervento, ottimizzare le risorse e tagliare gli sprechi interni senza intaccare la qualità della cura.
- Apertura al “Privato Sociale”: Ipotizzare un modello ibrido. Se fino ad oggi il servizio si è sorretto solo ed esclusivamente sugli utenti inviati (e finanziati) dalle istituzioni pubbliche, la svolta può risiedere nell’accoglimento di utenti privati.
Quest’ultimo punto rappresenta una vera e propria evoluzione culturale per le Comunità Terapeutiche. Integrare quote di utenza privata permette di generare quelle risorse necessarie a mantenere l’accesso gratuito o agevolato per chi, invece, non ha alcuna possibilità economica.
Un nuovo bagaglio per gli operatori
I 17 professionisti del Ceis di Pescara sono usciti dall’aula con una consapevolezza nuova. La sostenibilità economica non è il “nemico” della solidarietà, ma il suo scudo protettivo. Solo un servizio socialmente utile e finanziariamente sano può garantire continuità, dignità e futuro a chi ogni giorno chiede aiuto.
